IL CIMITERO MONUMENTALE DELL’AQUILA – uno sguardo diverso sulla città di pietra

 

E’ accanto alla città normale, parallela, questa silenziosa città di pietra dove i ricordi trovano il luogo della memoria. E’ un calco, il cimitero dell’Aquila, della città dei vivi, un’ immagine riflessa allo specchio, una distesa di anni che racconta le storie attraverso le cronache delle lapidi.

Sobria, essenziale, rigorosa, l’architettura cimiteriale ha riprodotto qui, immancabilmente, la sobrietà e il rigore della comunità aquilana, lontani dai toni celebrativi dei grandi monumenti funebri delle altre città o dalla provocazione erotica della tomba di Victor Noir a Parigi. Niente di nuovo se i cimiteri vengono, oggi,  inclusi nei tour turistici come musei all’aperto, con i monumenti funebri, le statue e le cappelle che rivelano identità antropologiche. Qui da noi c’è bellezza, quiete e semplicità, in questa soglia che varco, in uno spazio che non è solo geografico, con i cipressi, legno dell’eternità, che mi sovrastano e sembrano fiamme.

Entro e trovo L’Aquila del Risorgimento. Siamo alla fine dell’Ottocento, la parte più antica. E’ Adelaide a chiamarmi, con il medaglione che la ritrae tra nastri e fiori intrecciati, il papavero simbolo del sonno della morte, sotto il busto in bronzo di suo padre, Pietro Marrelli, a lui intitolata la via che percorrevamo come proiettili fino a  via Sallustio,  “apostolo martire della libertà e del civil progresso”, nato benestante e morto quasi povero  nel 1871, fedele amico di Mazzini che passò il 20 novembre 1860 a casa sua  per parlare e parlare del sogno non ancora compiuto dell’Unità d’Italia, Roma capitale e la fine del potere temporale dei papi con gli amici di sempre, Federico Salomone e Angelo Pellegrini, vicini a lui anche nella sepoltura.

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E scendo, sempre di più, nelle strade velate di questa città di pietra, che ripercorre parallela L’Aquila di 130 anni fa con le viuzze e le persone che, allora, la abitavano. E’ la lapide di Fabio Cannella che guardo, ricordato nel vicolo che  incrocia i portici,  senatore del regno, al cui funerale gli aquilani “provvidero, con rara concordia a dar solenne testimonio”. E possiamo solo immaginare quali fossero i pregiudizi, le chiacchiere, lo scandalo, per i costumi del tempo, per Karl Ulrichs, precettore della famiglia Persichetti,  padre del movimento omosessuale europeo morto qui a L’Aquila, sulla cui tomba ogni anno i movimenti gay manifestano la propria diversità.

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Poi c’è la quotidianità, in questo spoon river aquilano: Gaetano Gigotti elegante nel suo busto di bronzo con giacca, gilet, camicia e cravatta, la cui famiglia è entrata nella memoria del linguaggio popolare aquilano con il detto “Ottimo, disse Gigotti, e ju portetteru ‘entru”, per quel suo intercalare “ottimo” usato continuamente, anche a sproposito, come nell’attentato a Umberto I che, si racconta, costò la prigione per apologia di reato ad un componente della famiglia.

Più in là il giovane medico De Marchis con forbici, bisturi e pergamena e la signora Filomena, con le sue “forme robuste”, nel nostro immaginario simpatica e impacciata con gli ingombranti abiti dell’800, che avrà contrattato con il “ mercante onestissimo contento di modico lucro” Valentino Cabalzar nato nel Canton grigione in Laax, chissà per quali vie arrivato a L’Aquila,  o con il proprietario terriero della statua maschile che ha ai suoi piedi i frutti della terra. E la scuola e gli scolari dell’Istituto tecnico normale che ricordano il professore Antonio Gregori, siamo ancora nel 1884, “perché duri nel memore affetto”.

Più in là, in un’altra zona, “un altro quartiere” in questa visione di città ottocentesca, c’è la guerra che torna con l’obelisco, l’alamaro, la sciabola e il fodero del militare Perrucci cha ha trovato il martirio nel duro carcere, o il berretto con il fregio numero 64 di Luigi Capalbo, in divisa “stanco di lottare contro l’avverso fato” o il soldato aquilano Di Carlo deceduto a Cefalonia, e qui entriamo nel 900, con le prime foto stampate su porcellana.

Bella, bellissima quella di Francesca Chiodi, un vistoso cappello con piuma bianca, amore, passione, tradimenti e teatro nella vita riscattata dopo un’adolescenza difficile a L’Aquila, vedette del café-chantant, famosa protagonista di un’epoca con il nome d’arte di Paolina Giorgi, viso incorniciato da un merletto di stucchi e vittima, a Genova, di un omicidio-suicidio, eclatante nel 1911, resa addirittura personaggio letterario in vari libri.

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E ancora statue di fanciulle pensierose e malinconiche, il viso reclinato, qualcuna sparge fiori, putti cicciotelli, fratelli che si ricongiungono nella terra, la colomba che solleva con il becco un drappo talmente sottile che sembra velo, il commiato di una mamma, Anna Giancarli, che saluta il figlio e il marito alla presenza di un angelo dell’ artista Sabatino Tarquini formatosi alla scuola del Patini, il peacefully resting per Margherita Romano, Icaro che precipita drammaticamente su quel cielo innocente nella tomba visitata spesso da me bambina, quasi avvitandosi nel marmo di Carrara per la morte dell’aviatore Umberto Sansone, 23 anni, prima guerra mondiale.

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E la seconda, di guerra, con la povera tomba di un ragazzo yugoslavo Panto Cemovic, 21 anni, studente di medicina, torturato dai nazifascisti, caduto vicino Collemaggio alle 16.30 del 1 giugno 1944, e qui sepolto dal gruppo patrioti stranieri che “lo consacrarono alla storia perché sia ricordato ed onorato in ogni tempo il suo martirio” che anticipò di qualche giorno il ritrovamento nella caserma Pasquali dei corpi dei nove martiri, che riposano, e guardano la loro città,  nella collina di fronte, una delle pagine più crude della nostra guerra.

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Segni, parole, statue, busti, catafalchi che escono fuori, vogliono ancora parlare, setacciare la morte con i ricordi, mentre compio il giro dell’Aquila fra due secoli accompagnata dalla gente di allora, i nostri padri.

C’è un linguaggio simbolico scolpito nel bronzo o nel marmo che vuole trarre dal silenzio le vite e raccontarle a generazioni non ancora nate attraverso canoni liberty, contaminato a volte con l’art déco, semplici croci celtiche o lapidi essenziali. Le colonne spezzate sono le vite spezzate, l’alloro le virtù militari, la quercia la forza e l’integrità, il serpente che non è visto dal bambino la morte che viene a tradimento, il salice è piangente sopra l’angioletto per una natura che partecipa alla perdita di una bimba, il colletto in pizzo e l’orecchino tratti realistici di una moda d’epoca.

E se la morte è democratica non certo lo è la sepoltura con gli stemmi gentilizi, la borghesia, le belle cappelle gotiche, liberty, le linee geometriche essenziali del fascismo, eleganti, che ribadiscono l’appartenenza a questa terra con la riproduzione, in una, del cromatismo bianco e rosa dei motivi di Collemaggio, e qui e  là, nel grigio delle croci, folti macchie di colori che coprono la data del 2009. Di fronte, sulla collina, le povere croci di ferro senza nome, data, storia. Solo terra su terra . Su tutto un senso di abbandono, le rose selvatiche che crescono, l’erba che infesta le lapidi ormai illeggibili, le tombe divelte, le cappelle aperte, alcune pericolanti, l’oltraggio dei continui furti di rame, uno scenario già visto come un’immagine riflessa: una città di pietra dentro una città di macerie. Il degrado.

Ma l’energia della vita continua ad ardere sulla collina dove “tutti, tutti ora dormono” con il potere irriducibile che abbiamo, dei ricordi, di sovrastare l’inevitabile passaggio e conservare la memoria della nostra terra, fatta di cielo, piena di parole, se solo vogliamo ascoltarle. Esco, varco il cancello, mentre la voce dolce e graffiante di Violeta Parra, Gracias a la Vida, mi riempie di gratitudine e accompagna il mio ritorno all’altra città, dove la vita e la morte sono ancora amanti, simbiotici il dolore e la gioia.

Raffaella De Nicola

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La tomba scolpita da Sabatino Tarquini, allievo del Patini

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