Dove le querce parlano – Madonna Fore

Quattro ne sono rimaste di querce, abbracciarle è impossibile, a mala pena le contieni con lo sguardo, maestose e secolari, solenni.

di Raffaella De Nicola

Quattro ne sono rimaste di querce, abbracciarle è impossibile, a mala pena le contieni con lo sguardo, maestose e secolari, solenni, le vuoi toccare, impossibile sfuggire al loro magnetismo e non perdersi in quei rami nodosi e forti, che guardo da sotto girando piano la testa, e che si allungano come tentacoli ad afferrare tempi e storie antiche per raccontarle alle radici perché lì possano rimanere, affondarle in questa terra cui appartengono.

Quattro ne sono rimaste, molte di più erano, arrivavano sin sopra la Crocetta, il monte Castelvecchio, disboscato intorno al 1870 per la costruzione della ferrovia.

Le avrà viste anche San Giovanni da Capestrano che nel 1415 arrivò al convento di San Giuliano, appena costruito, eleggendolo con la sua marcata personalità luogo prediletto dell’Osservanza francescana abruzzese.
Più su, a 900 metri, lungo una carrareccia che sale e separa il bosco, in direzione di Collebrincioni, si arriva a lei, Madonna Fore, nata come Madonna del Cascio e poi dei Sette Dolori, scavata in parte nella roccia in una forra originariamente più selvaggia. Rustica, con l’oratorio che si è sviluppato probabilmente intorno alla grotta di un anacoreta, in “un punto d’incontro e coagulante religioso per i pastori e i montanari del sovrastante altipiano del Cascio”.

Uno scenario arcaico con le popolazioni locali, la sobria economia pastorale, il sentiero stretto che saliva a Collebrincioni, i vigneti, gli antri, il silenzio dei valloni aperti dal piccolo torrente.
Silenziosa lo è rimasta, anche se sono in tanti a salirvi, a qualsiasi ora, in una moltitudine ampiamente aumentata dopo il terremoto in questa riscoperta forzata, ma benvenuta, che la deputa a luogo d’eccellenza per gli incontri aquilani.

Qualunque è l’età, anche se ci piace immaginare mani piccole e paffute quelle che hanno posto dentro un incavo del bosco un piccolo presepe di tre statuine, l’anno scorso a Natale, come si farebbe per lo spazio intimo e festoso della propria casa.
Tante le orme di chi ha solcato il sentiero nei secoli tramandando l’antica tradizione di processioni, pellegrinaggi e, più recentemente, di percorsi ecologici che fanno parte della forte ritualità aquilana di Madonna Fore.

Parla, nonna Clara, di quando il marito andava sopra con i propri nonni. «Partivano il pomeriggio del 7 settembre, montavano le tende e lì dormivano davanti la chiesetta di Madonna Fore. Poi l’otto assistevano alla messa mattutina e riscendevano. Il sentiero era stretto allora, una volta si sono persino persi e la fontanella non c’era. Ma erano le luci a petrolio della vigilia, il 24 dicembre, a caricare l’atmosfera di una suggestione indimenticabile. Gli aquilani uscivano numerosi dalle mura, a piedi, anche se nevicava, e si avviavano verso San Sisto. Lì, intanto, nell’osteria si accendeva la stufa per quando sarebbero riscesi a mangiare i fritti con il baccalà i fichi e le mele. Era un presepe vivente. Ad ogni anima corrispondeva una lanterna. La messa di Natale, per gli aquilani, era quella di Madonna Fore. Poi si ritornava cantando Gesù Bambino. C’era anche un signore che suonava l’armonica. Un altro appuntamento fisso era quello della Domenica delle Palme. Con il ramo benedetto si saliva sopra alla Crocetta a mangiare tutti insieme il salame. Ora anche il primo gennaio vanno sopra e sotto la croce stappano lo spumante» davanti all’Aquila che ora guardo e comincia ad apparire mentre la foschia la rivela piano piano, con le ferite e le gru riparatrici, al mio respiro affaticato.

Salgono le donne, tante e spesso sole. Il ritorno è più liquido, meno denso, dopo aver sfiorato la chiesa che si svela dietro l’angolo, alla fine della salita, nello slargo con il fico a guardia della porta, curati egregiamente, con grande dedizione, dalla confraternita di Maria SS.ma Addolorata. Cristianità e laicismo, ansimi di allenamenti e pensieri muti che si intrecciano in questo caleidoscopio verde sotto un corridoio compatto di fronde che si chinano quasi ad accarezzare i grovigli della mente umana.

Luogo di attese, diaframma che separa la pineta, con il rigore del camminare si attraversano gli spazi umorali di un’aspra quotidianità. Le cicatrici del bosco sono le nostre, la pace dei pini, degli aceri e della chiesa dialoga con i nostri bisogni, il saluto, perché ci si saluta tutti, rinsalda un vincolo comunitario che solo qui trova la propria epifania, in questi nuovi portici aquilani. Sarà stata la presenza di S. Giovanni da Capestrano, S. Bernardino, S. Giacomo della Marca che lì nel convento di San Giuliano sostarono, le loro parole che in questo luogo sono scese, a fare dell’area un microcosmo rarefatto. Le voci narranti del bosco, il verde che penetra come una scossa nel grigio cerebrale dei pensieri, ricompattano momenti di vita in cui i ricordi si intrecciano alle attese, il silenzio alle parole, o semplicemente gli affanni di chi qui si allena, in un silenzio puro in cui le uniche parole che ascolti sono quelle delle querce che raccontano storie comuni agli uomini di allora e di oggi, scritte e custodite nello scrigno di una goccia di rugiada, che pare lacrima umana.

Un grazie sincero ad Anna Rita e Fortunato Pelliccione, a sua mamma Clara di San Sisto, per la memoria dei ricordi.

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