L’OMICIDIO DI VIA SAN MARTINO di Raffaella De Nicola

A raccontarla questa storia dovremo partire dalla fine, da una perfida giornata di marzo, quelle con il cielo tagliente come solo L’Aquila sa regalare. Le mie mani voltano le pagine polverose di un grande registro, foglio dopo foglio, fino a quando, sono al cimitero, il mio respiro inciampa, mi arresto, li ho trovati, e smaniosa seguo le righe. Inizio dai due nomi, passo su quelli dei genitori, arrivo alla fine e mi rendo conto di aver attraversato, con il mio dito che segue la linea orizzontale del registro ingiallito, le loro vite, dalla nascita fino alla sepoltura, il 2 dicembre. Non mi accontento, voglio vedere le loro tombe ed entrare, attraverso le lapidi, in quel momento, in quel mese, in questa tragedia, ascoltare chi li ha conosciuti e rivivere l’eco di quel corteo in cui L’Aquila si adirò, manifestò, non tradì se stessa.

Dal cimitero dell’Aquila questa storia mi porta a Barisciano dove ancora c’è l’unica figlia ultranovantenne ancora in vita, Giuseppina. Le sue sorelle sono morte da molto, ormai. Lei è residente proprio nel paese da cui veniva l’uomo che compì la strage, quel Tonino Ciroli le cui motivazioni non si sono mai comprese.

“ La famiglia di mia madre viveva in via San Martino n. 8” racconta Giorgio Sidoni, professore in pensione, unico figlio di Giuseppina Berardoni. “I suoi genitori, i miei nonni, Assunta Ciotti e Ugo Berardoni avevano scelto una casa con giardino proprio per far giocare i loro quattro figli in tranquillità. Giuseppina, mia madre, che aveva all’epoca 18 anni, Marcella 16 , Vanda 13 e Mario il più piccolino 5 anni. Erano tutti scuri di carnagione e pelle, benvoluti dal vicinato. Le ragazze erano chiamate “le morette”. Mio nonno Ugo Berardoni lavorava come falegname da Baldoni a via Roma. Mia nonna, invece, Assunta Ciotti era casalinga”.

Siamo nel novembre del 1943, il 27 per la precisione. Il clima è quello della fame che morde. Ogni tanto qualche allarme aereo, come quella sera, per cui Ugo Berardoni aveva aperto i locali sotto la loro casa adibiti a rifugio. Da lì a poco la tragedia si sarebbe consumata. Una scarica, una raffica di proiettili intorno alle 20.30. Su una macchina di pattuglia della Milizia c’è Tonino Ciroli chiamato “ju gubbittu” a causa di una malformazione. Probabilmente i Berardoni lo conoscevano di vista, pare abitasse in via Garibaldi.

“Forse aveva bevuto, o forse non si sa, “ju gubbittu” scaricò 25 colpi su mio nonno Ugo e poi sulla moglie Assunta accorsa straziata dalle grida. I loro figli, scaraventatisi per strada in camicia di notte si disperarono mentre trasportavano con le sedie i loro genitori all’ospedale. Non ci fu nulla da fare.”

Morirono entrambi lo stesso giorno, racconta la scarna lapide, a 46 anni, quattro figli orfani e la guerra ancora in corso. Il Ciroli, che dopo l’uccisione era andato al Bar Roma, il futuro Bar Eden, fu arrestato lì. La punizione che si stava profilando nei giorni successivi era l’invio al fronte.

Ed è qui che intervenne la città. Ora è mio padre a parlare. “ In quel terribile inverno del 1943, i IX martiri erano stati giù trucidati, ma non lo sapevamo, gli stessi tedeschi illudevano le famiglie che fossero ancora in vita. Nel settembre un loro carro aveva ucciso un bimbo di quattro anni Marcello Silvestri, ad ottobre a via XX settembre fu investito un altro gruppo di giovani causando la morte di un quindicenne, Giuseppe Di Bartolomeo. In varie parti erano stati segnalati episodi di violenza sessuale su donne. Il doppio omicidio, così brutale nel Quarto di Santa Maria Paganica, aprì l’azione della ribellione. Dopo anni di sudditanza al fascismo, si organizzò un corteo numerosissimo, dietro una bara vuota, che si snodò dal centro fino alla Silvestrella, viale Don Bosco, dove era il comando tedesco. “Scarafò”, Alessandro Dionisio, entrò sfrontatamente, sue erano le foto segnaletiche da ricercato comunista, in un braccio di ferro con gli occupanti, e reclamò la testa del colpevole. I tedeschi e i fascisti intravidero, in quella compattezza, un insidioso pericolo e ne furono impressionati. Così, alla fine di gennaio del 1944, “Ju gobbittu” venne giustiziato di spalle, come per i reati infamanti e ignominiosi. I parenti delle vittime, nella dignità del dolore, non parteciparono all’esecuzione. Mi sono sempre chiesto se in qualche modo il nostro farci carico, farci comunità, abbia protetto quei quattro orfani”

A questo punto sono le parole del figlio di Giuseppina Berardoni a riannodare i fili del tempo “ Mia madre era la più grande, aveva 18 anni e si sentì investita in pieno dalla responsabilità familiare. E’ sempre stata molto riservata e poco mi ha raccontato della tragedia che la cambiò per sempre” quasi che il silenzio tumulasse un dolore di cui ancora oggi non vuole parlare. I ragazzi rimasero soli e senza sostegno. “ Fu il padrone di casa di via San Martino a permettere loro di rimanere senza l’onere dell’affitto. Riuscì a lavorare per sostenere i fratelli alla Standa e con l’aiuto di alcune monache fu assunta poi come ferrista” a quell’ospedale, il S. Salvatore, dove per un po’ di tempo tutti i fratelli rimasero accuditi, ormai senza più genitori, dopo l’eccidio, secondo le parole di Walter Cavalieri. “Ha aspettato che le sorelle si sposassero, Marcella con un Placidi, titolare del forno dell’Aquila, Vanda con un Chiodi e Mario trasferitosi a Vicenza. Solo dopo si è sposata con mio padre, Angelo Sidoni, rimanendo di nuovo sola dopo la sua morte nel 1959. Quando raramente ha parlato del suo passato, non ha mai confermato l’ipotesi di un omicidio per gelosia o passione”.

Siamo alla fine, sono tornata al cimitero, due le tombe dei coniugi Berardoni, l’una accanto all’altra. Qui il tempo ha iniziato a riavvolgere uno scempio personale, familiare, che smosse la coscienza di una città, in un periodo di tormenti, che spesso si veste di silenzio di fronte al dolore.

Il mio pensiero va, come ultima parola, a via San Martino, su quell’acciottolato bianco che in un giorno di novembre si piegò al rosso del sangue. Molecole crudeli che ci raccontano una storia di indignazione, e non rassegnazione, e nell’assenza di questa città, vedo il passato mentre ascolto i passi delle generazioni che verranno

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