Le farfalle non vivono nel ghetto – CHI ERANO I BAMBINI DI TEREZIN

C’è qualcosa di strano in questo raschio rauco che è cielo gelido mentre ci avviciniamo alla biglietteria del ghetto di Terezin. Qualcosa di impercettibile che riuscirò a mettere a fuoco solo dopo. Qualcuno mangia panini mentre gira fra gli spazi tortuosi in cui l’umanità si dissolse nell’antiumanità. Siamo a circa 60 km da Praga, in questo luogo che non sarà mai più a colori, ma solo bianco e nero perché anche le pietre hanno memoria. Nella piccola fortezza di Terezin tra il 1941 e il 1945 vennero deportati a Terezín più di 140.000 persone, il campo era spesso solo un luogo transitorio per la meta finale, Aushwitz. Mentre ci addentriamo in questo lager nazista scorrono parallele i disegni dei bambini di Terezin conservate nel museo ebraico di Praga. Quel che resta dei circa 15.000 bimbi internati, che ricevettero una formazione grazie alla presenza di numerosi intellettuali e artisti dell’epoca, sono  poesie e  disegni di un tempo tatuato a fuoco. Di loro, solo un centinaio sopravvisse all’Olocausto. Degli altri, invece, persi per sempre nella memoria del tempo, rimangono i loro tratti, il colore dei loro pensieri,  le loro firme incerte, le paure e i sogni, i ricordi della casa lasciata, le farfalle che volano, la realtà che abitavano, i malati, le esecuzioni, i guardiani. La loro insegnante di disegno,  Friedl Dicker-Brandeis, fu un insegnante ante litteram che stimolava i bambini a disegnare i propri sentimenti , primo esempio di arte come terapia, per contrastare situazioni traumatiche, una precisa linea metodologica, quindi, la cui opera fu poi riscattata da una sua allieva Edith Kramer, anche lei ebrea di Praga, che portò avanti gli studi della sua maestra sugli aspetti terapeutici dell’attività artistica una volta arrivata in America. Ma il ghetto fu anche lo scenario di un grande bluff quando, in vista di una inevitabile visita della Croce Rossa, il 23 giugno del 1944, furono apportati miglioramenti, alberi, fiori, parco giochi, e deportati ebrei giudicati impresentabili, con spettacolo finale: l’opera Brundibàr scritta dal deportato Hans Krása ed eseguita dai bambini del campo, una commedia di grande successo da cui fu poi tratto un film “Il Führer regala una città agli ebrei” con la regia di un altro deportato il regista Kurt Gerron apparso anche accanto a Marlene Dietrich nel film L’angelo azzurro “ deportato poi ad Auschwitz nonostante la promessa di aver salva la vita per il lavoro svolto ed ucciso con la moglie e tutte le comparse che avevano preso parte al documentario in una camera a gas, il giorno prima che Heinrich Himmler decretasse la chiusura degli impianti. Ma la grande beffa era perfettamente riuscita. Scrive così il delegato della Croce Rossa, Maurice Rossel “Possiamo dire che abbiamo provato uno stupore immenso per il fatto di aver trovato nel ghetto una città che vive una vita quasi normale”.

Si era tentato di resistere alla cancellazione della razza con la propria identità culturale. I disegni dei bambini, le loro poesie, quei loro nomi sbiaditi che altro non possono raccontare, furono nascosti in due valigie piene in   una delle aule proprio dall’insegnante di disegno , FriedlDicker-Brandeis prima di essere deportata ad Aushwitz nel 1944, dove poi morì, fedele, nel suo insegnamento alle parole del Talmud “Il mondo esiste solo per il respiro dei bambini che vanno a scuola “.

Quel che resta sono disegni e poesie, la più grande raccolta d’arte infantile, che smettono di essere tali

per diventare testimonianza di una storia nera, lo sguardo innocente che smette di essere tale, incapace di accogliere in sé tanta brutalità. E mentre esco dal ghetto di Terezin, metto a fuoco quel qualcosa di impercettibile che avevo avvertito all’inizio. La mancanza di spiegazioni e indicazioni sui vari locali crea difficoltà a percepire le infinite variazioni di questa storia distorta, il pensiero si dissolve in qualcosa di inafferrabile come se, alla fine, ci sia una rimozione della memoria collettiva che dice ma non dice, rivela ma non troppo, una vergogna, o forse altro non so, delle tante farfalle che non vivevano nel ghetto.

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