Porta Barete e quel colore rosso

Un recupero che va oltre una porta…

di Raffaella De Nicola

Neanche la vedevi, quando passavi per via Vicentini, imbrigliata dall’armatura cementizia del cavalcavia eppure ora, guardando il resto del concio murario color rosso, parla ancora, con questi brandelli di pietra, di quanto è stata protagonista, nei secoli, difendendo come un monolite l’anima di una comunità e di come, aprendosi, dilatava nel dedalo della città i rumori dei grandi commerci, delle politiche, dei viandanti e dei numerosi stranieri che lì entravano e lasciavano tracce della operosità nei nomi delle vie da loro abitate: via degli Alemanni, via ed Arco dei Francesi, via dei Lombardi, via ed Arco dei Veneziani.

Si richiudeva, Porta Barete, con l’antiporta munita di due torri di fiancheggiamento, alle spalle di chi attraversava l’asse est-ovest, il decumano, per arrivare al contraltare, porta Bazzano, senza torri però nell’antiporta, entrambe le più importanti della città, le uniche fortificate e a doppio ingresso in quei 940 passi che distanziavano Porta Barete da Porta Leone su un circuito totale della città di 3450 passi (1 passo=5). Ha visto, Porta Barete, nella traslazione celestiniana del 1328 anche Carlo, duca di Calabria, che lì passò “con la spettacolare munificenza di nobili e mercanti al piano della fiera fuori porta Barete.”

Solida nella configurazione dell’antiporta, ampiamente documentata dalle incisioni dell’epoca, paradigma dell’ostinazione di una città, sbarrò le proprie mura, allora merlate, fra la calca e la polvere della battaglia dell’esercito di Fortebraccio da Montone che si accanì invano nel tentativo di forzarla, nel 1423, dando inizio al terribile assedio durato 13 mesi e conclusosi con la vittoria aquilana , a Bazzano, l’anno successivo.

Terra pietra ed acqua nel reticolo di Porta Barete: la fontana, a sinistra dell’antiporta, raccoglieva probabilmente le sorgenti di una vena, la stessa che ancora oggi emerge dai recenti scavi e con la quale i ragazzini di Santa Croce si imbrattavano, almeno fino alla costruzione del centro commerciale. E’ entrata da questa Porta, su un carro spettacolare, “la rifondazione della città in chiave imperiale” , la ” rinascita culturale ed economica”, “la vera luce”, “l’ardenza civica””.

Siamo alla fine del 1572 è il 16 dicembre e Margherita d’Austria, figlia dell’Imperatore Carlo V, fra apparati, giostre e festeggiamenti di popolo si insedia governatrice con al seguito quel capitano, Francesco De Marchi, protagonista della prima ascensione sul Gran Sasso, sotto una Porta Barete arricchita per l’occasione da Giovampaolo Cardone.

La fine del soggiorno aquilano di Margherita d’Austria si suggella, dopo la sua morte, proprio sotto Barete, inizio e fine del bagliore di una corte tardo-rinascimentale, quando il principe Ranuccio dopo l’orazione funebre si reca, il 27 febbraio 1586, “al vago e grande giardino fuori la porta della Barete, già incominciato da Margherita per propria delizia. Ne osservò gli ordini delle piante, de i laghi, delle fontane, della casina ed i vari e molti animali”. E la devozione popolare dei culti religiosi, che anima il 1700, le processioni e i cappuccini che “il mercoledì e il sabato si dividono la questua secondo il percorso del vecchio palio, da S. Bernardino alla porta di Barete”.

Poi l’oltraggioso inizio della fine e l’apertura di via XX settembre: la porta e i suoi significanti viene interrata verso il 1880 e l’ occultamento definitivo, nel 1933, ha murato e sepolto, come la Chiesa di S. Croce, seguendo incomprensibili logiche, elementi segnici di forte identità con politiche di demolizioni, ampliamenti e bruttezze ancora ora troppo visibili. Tutto questo narra il rosso concio murario mentre lo guardo, probabilmente residuo delle pitture a fresco di Paolo Cardone, che rimanda visivamente al rosso da lui usato per la seta del gonfalone e al rosso della bandiera aquilana di allora, l’acciottolato nuovamente svelato alla luce e la storia ancora più antica che potrebbe rivelarsi se è vero quanto riportato dalle cronache che qui fu trovato un frammento del calendario amiternino del 20 d.C. Terra, pietra, acqua e poi ombre che come un mantello hanno sommerso la trama tessuta nel tempo in una vicenda che ora codifica altri linguaggi che travalicano quelli del recupero fine a se stesso e che sono, invece, emblematici di una volontà di configurazione urbana vocata al bello, alla restituzione dei caratteri e degli elementi costitutivi di una comunità, che possano riscattare, e ricucire, il senso e la misura dell’identità storica e civica ridefinendo, finalmente, nuove e oculate trasformazioni.

Si ringraziano per la cortese, e puntuale, disponibilità l’Arch. Gianfranco D’Alò – Soprintendenza BAP – L’Aquila; la Dott.ssa Rosanna Tuteri – Soprintendenza BA – Chieti; il personale della Biblioteca della Soprintendeza BSAE – L’Aquila

Bibliografia:
Fonti e documenti per la storia della città dell’Aquila di Mario Centofanti – Rocco Carabba editore
Il palazzo di Margherita d’Austria all’Aquila a cura di Walter Capezzali e AA.VV. – Carsa edizioni “Madama” Margherita d’Austria di Renato Lefevre – Newton Compton editori
Egemonia politica e forma urbana di Marina Ruggiero Petrignani – Dedalo libri
Spiritualità coscienza civile e mentalità collettiva nella storia dell’Aquila di Raffaele Colapietra – Deputazione abruzzese di Storia Patria
Breve descritione di 7 città illustri d’Italia di Ieronimo Pico Fonticulano a cura di Mario Centofanti – edizioni Textus
L’Aquila nuova negli itinerari del Nunzio di Orlando Antonini – One Group edizioni
Le mura dell’Aquila: appunti per una rilettura organica del sistema difensivo di Luigi Martella e Anna Maria Medin in Misura anno I n. 4 – 1977
L’Aquila la città esistente di Giorgio Stockel – Editrice Futura
L’Aquila città del “novantanove” di Attilio Cecchini e Luigi Lopez – Tazzi editore

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